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La vita non sta da un'altra parte

Il richiamo alla solidarietà, come sanno gli esperti di fund raising, funziona meglio se chi è chiamato a donare viene messo in grado di identificare la qualità dell'utilizzo delle risorse donate e se la qualità dell'intervento cade in un'area di reali sofferenze, di quelle con cui l'informazione ci colpevolizza tutti i giorni.
Sono ispirate a questo principio le nove storie in onda sulle reti tv per la campagna CEI.
La vita, perciò, sta pure nella storia della ragazza venuta dalla Romania e venduta dal fidanzato al mercato della prostituzione. Ed è vita quel che succede a S. Sperato, alla periferia di Reggio Calabria. Lì la parrocchia è un fortino accerchiato da abusivismo e mala.
In tutt'e due le situazioni, l'intervento dei sacerdoti e l'utilizzo di fondi provenienti dall'ottopermille stanno contribuendo a reinserire esseri umani che le statistiche collocano tra i cosiddetti svantaggiati.
La troupe del regista Stefano Palombi, in questi come negli altri set, ha girato in condizioni spesso difficili, su territori insidiati da una sostanziale insicurezza e poco incline all'indiscrezione dell'obiettivo.
Se si considera che, in una campagna ispirata ai valori cristiani e cattolici sono plausibili, su temi caldi, cautele di vario tipo che possono però portare ad attenuare la rappresentazione riducendo il vigore della documentazione oggettiva del narrato, va dato atto alla CEI di aver scelto una via utilmente coraggiosa ed all'agenzia, e ai suoi creativi, di aver governato al meglio preoccupazioni e sceneggiature. Gli spot diventano così una buona lezione di avvicinamento alla vita. Quella non da spot.


• leggi anche "Quelli della Chiesa Cattolica non sono spot"
• leggi anche "L'ottopermille tra realtà e trasparenza"


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