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Pubblicità romanzata. Chi è che non l'ama?

Troppo di nicchia per un pubblico generalista. E troppo qualunquista per un target di specialisti.

La fiction letteraria dedicata alla pubblicità o alla comunicazione soffre questo limite. Il punto è che un romanzo sulla pubblicità dovrebbe essere scritto da un romanziere di mestiere. Vero è che l'autore in questione, Frédéric Beigbeder, vanta al suo attivo già tre libri pubblicati ed un ruolo di critico televisivo. Ma non è la stessa cosa. Lui non è nato scrittore nell'editoria di consumo. A causa del suo passato di pubblicitario, verrà percepito perciò, forse ancora a lungo, come un pubblicitario che scrive romanzi sulla pubblicità più che come uno scrittore che scrive tout court.

E non c'entra l'abilità. Anche se a pubblicare una storia di genere fosse il più grande copywriter del mondo, il risultato, scarso, affliggerebbe la trama più sapida. Perché, in termini di mercato, tranne rarissime lodevoli eccezioni, è l'autore che legittima il testo e non viceversa.

Aggiungete poi le esitazioni degli editori, che patiscono il complesso-del-libro-minore…aggiungete ancora l'ostentata indifferenza con cui il mondo professionale snobba le esternazioni di fantacomunicazione (l'opera viene letta però in gran segreto e non se ne parla in giro se non per stroncare) e avrete lo scenario di arrivo nelle librerie di un libro come 26.900. A meno che non si ripeta In Italia il boom di vendite che il libro ha già avuto in Francia, con 320.000 copie piazzate. Forse è l'eccezione che conferma la regola?


• leggi anche "È uscito 26.900. Ovvero, come celebrare la pubblicità parlandone malissimo"
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