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Racconti

 

Milano, 11 novembre 2008 3° Conferenza Nazionale della Donazione Emanuela Romanelli (Accademia di Comunicazione)

Una mano, una mano mi sfiora, un insolito calore è vicino a me, alla mia pelle.
Finalmente una voce, lieve, mi raggiunge. Il suo sguardo e la sua attenzione mi destabilizzano più del mio dolore, della mia malattia e dell'indifferenza del mondo che mi cammina accanto così vicino e così lontano, ogni giorno. Il mio sguardo per un attimo ne incontra uno che gli sorride.
Le osservo sempre dalla finestra, quelle vite distratte si muovono, corrono, o stanno ferme a concedere spazio al nulla. Lasciano scivolare via, così, quel tempo che tanto io vorrei fermare e conservare. Chiuderlo in un barattolo di vetro insieme a me così da poter proteggerne l'odore, che lentamente sento svanire da questo letto. E quello sguardo, quello sguardo mi avvolge e continua a sorridermi. Non è un abbaglio, è reale e tutti i giorni distoglie la mia attenzione da quella finestra. Mi tende una mano e mi aiuta a varcare la porta della mia camera, mi trasmette la forza di alzarmi e di stringere i denti per poi dare il buongiorno a mia mamma ed esclamare subito dopo: " Torno tra un po' stai tranquilla. Sono in buone mani!". La terapia è dura, uno scoglio alto che copre la visuale al mare, al mio mare. Io lo sento il mare dietro quella scogliera. Davanti ad ogni faro c'è il mare, io sono solo dietro il faro.
Dietro ad un faro che illumina già il mare che io sogno, in attesa che io possa di nuovo vederlo. La mia storia è una come tante altre, ed è unica come ognuna delle altre. Una vita normale, un cancro che ti strappa a quel destino, che hai progettato minuziosamente e stupidamente con convinzione ed onnipotenza per te stesso. La luce di questo faro è il dono più importante che abbia ricevuto dopo la mia stessa vita, perché è speranza. il mio faro è un uomo, un ricercatore che lotta per me e con me, è un volontario che divide il suo tempo respirando l’aria che abita in questa stanza con me da mesi.
È un donatore che permette a queste persone di esserci, che combatte con il suo denaro ma soprattutto con il suo impegno, la sua solidarietà, sensibilità e tenacia a non far calare la notte sulla mia via. Quella notte tanto pericolosa e sempre in agguato portatrice di veglia e paura e priva di riposo e sollievo.

Emanuela Romanelli


3° Conferenza Nazionale della Donazione Clarissa Colombo Mainini (Accademia di Comunicazione)

Diego voleva ricambiare per essere stato messo al mondo. Decise così di intraprendere un viaggio portando con sé la cosa a lui piú cara. La meta del suo percorso era lontana e complicata da raggiungere. La sola idea di dover abbandonare il suo dono in mani inesperte lo terrorizzava, ma era cosciente che le sue sole forze non sarebbero bastate. Passava le notti insonne torcendosi tra le lenzuola ma i nodi si aggrovigliavano intorno al nodo fondamentale. Fosse facile come respirare o come camminare, o come per gli uccelli volare.
La mattina seguente scese in strada ancora assonnato ma felice. Fece quattro passi e si ritrovò davanti ad una persona sconosciuta poiché non la conosceva, non perchè non poteva conoscerla. Senza motivo, Diego pose lo sguardo negli occhi dello sconosciuto e cominciò a respirare come una bestia annusa il territorio. Era lui. Lui che poteva portare il suo prezioso dono a destinazione. Lo capiva dal modo in cui gli occhi cristallini dello sconosciuto rimanevano fermi e sicuri, da come si muoveva, da come non parlava.
Tutto, improvvisamente aveva un senso. Si incamminarono verso un punto ignoto della strada parlando in maniera confidenziale, come se il loro percorso fosse già stato segnato. La fiducia crebbe nel breve tempo passato insieme, come un ortaggio a cui si sparge il concime che scende profondo con le gocce di pioggia delle giornate che accadono. Ora mancava solo il mezzo per raggiungere il luogo che lo sconosciuto conosceva come le sue tasche. Decisero di salire in macchina e recarsi all’aeroporto più vicino.
Diego e lo sconosciuto percorsero molta strada, le auto passavano veloci dal lato opposto della strada, ma il prezioso dono giaceva immobile sulle gambe di Diego e la musica della radio lo portava via. Arrivati all’aeroporto, si scambiarono poche frasi intervallate dall'ansia del momento. Diego prese coraggio affidando il dono a colui che aveva scelto con un solo sguardo. Quando vide lo sconosciuto allontanarsi urlò: “So che di te mi posso fidare e a chiunque mi chiederà come e dove, io saprò cosa dire”. Diego si allontanò pensando a chi lo sconosciuto avrebbe affidato il suo immenso dono. Continuò a pensare mentre da qualche parte nel mondo una luce si accendeva per sopperire ad un inevitabile oscurità.

Clarissa Mainini


Per una boccia di vetro.

Sul tavolo di fianco alla boccia del pesce stavano altre cinque bocce. Di vetro trasparente e sigillate sembravano non contenere niente. Sotto una di queste,una lettera. Caro Spillo, mi rincresce ma mi trovo costretto a interrompere il nostro rapporto e con esso la spedizione del carico annuale d'acqua. Fai buon uso di quella che ti resta. Tuo, Re di Aguaregia. Spillo entrò nella stanza. Era un ometto dagli occhi vispi ma impacciato nei movimenti. Maneggiò rischiosamente una delle bocce, tolse la pellicola che le faceva da tappo e bevve. <<Ora ne restano solo quattro>> disse rivolto al pesce.
Quattro bocce di acqua pregia, che significavano quattro al massimo cinque giorni di vita per Spillo. L'alternativa erano tre giorni per lui e un anno intero per Pesce. Se no pari: due giorni a Spillo, due anni a Pesce. Oppure ancora, come Re non gli aveva mai rivelato, ma come succede nelle più classiche delle storie, avrebbe potuto mangiare Pesce e guarire definitivamente da quella rara malattia che in passato tanto l'aveva fatto patire e viaggiare finché non arrivò nel reame di Aguaregia. Lì trovò un pesce in una fonte la cui acqua aveva proprietà curative e incontrò la generosità di un re che gli avrebbe spedito anno dopo anno un carico di bocce d'acqua. Al momento di tornarsene a casa Spillo domandò a Re se avrebbe potuto portare con sé Pesce. Anche Re era molto affezionato all'acquatico animale, ma disse che sì, poteva, purché se ne fosse preso cura fino alla morte. Adesso che la morte tamburellava con le dita sulle bocce ormai vuote, Spillo e la sua promessa erano con le spalle al muro. Va bene voler bene a un pesce, ma la vita è la vita, si diceva. Guardava Pesce e ripeteva: <<La vita è la vita, darla, prenderla. Questa è la vita.
Che ne sai tu?>> Pesce stava zitto. <<La legge del più forte. Mai sentito parlarne?>> Pesce annuì, o almeno così sembrò a Spillo che si sedette sul divano tenendo la boccia sulle ginocchia. <<Prima comandava Re, che era il più forte perché aveva l'acqua. Ora che Re non ci manda più l'acqua, chissà perché poi, se anche infrango la promessa nessuno verrà a rinfacciarmelo.>> Pesce guardava dall'altra parte, così Spillo girò la boccia e la sollevò al livello degli occhi. <<Capito? Però...>> Spillo sospirò <<che vita la mia senza di te>>. Sospirò anche Pesce, ma per il sollievo. Il giorno dopo Spillo bevve e restarono tre bocce. Rifece tutto il discorso sui rapporti di forza e sul senso di una vita, ma questa volta concluse così: <<Che vita sarebbe la tua senza di me?>> Passarono altri due giorni, Spillo bevve e restò una sola boccia. Non parlò con Pesce e neanche Pesce gli rivolse la parola. Infine venne il giorno in cui la morte lo svegliò. <<E' ora di decidersi>>. E la decisione era fatta, così dichiarò a Pesce: <<Fidati, è la cosa più saggia da fare>>. Re aveva bluffato. Arrivò il giorno dopo e sfondò la porta con una boccia sotto braccio. Spillo agonizzava per terra come un pesce fuor d'acqua, mentre Pesce sguazzava preoccupato per lui. Re sorrise soddisfatto e rincorato. Si affacciò alla finestra e urlò che potevano scaricare il camion.

Aila Saviano

 



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